Inaugurazione sabato 26 Settembre ore 15,30- Villa Confalonieri
Villa Confalonieri
Se ci sono dei luoghi dove è facile incontrarsi, fermarsi a chiacchierare, cogliere l’occasione per un invito a bere qualcosa assieme o magari solo salutarsi più o meno distrattamente, queste sono le strade. Eppure, proprio qui Paolo Novelli ha scelto di ambientare la sua personale visione del mondo declinata sul grande tema della incomunicabilità dell’uomo contemporaneo. Lo fa usando un linguaggio tagliente e incisivo nella consapevolezza da lui stesso teorizzata che in campo fotografico il messaggio va cercato non altrove che nella fotografia stessa. Lontano, quindi, da ogni tentazione sociologica o psicologica, preferisce far emergere altri e più importanti aspetti fra di loro profondamente connessi. Per un verso, infatti, ribadisce l’importanza dell’autorialità trovando nella scelta di un rigorosissimo bianconero le ragioni profonde della sua ricerca, dall’altro si affida totalmente a un’autenticità e a un’onesta intellettuale che stanno all’origine del suo operare ma sono anche il fine cui tende. Per tutte queste ragioni non è facile collocare Paolo Novelli in una definizione che non sia quella, corretta ma necessariamente generica, di fotografo di ricerca: questo, ammesso senza concederlo, che nel suo caso una definizione sia davvero importante. Autore di pochi lavori tutti profondamente meditati, considera con un certo fastidioso distacco ogni discorso riguardante la tecnica, ribadisce orgogliosamente la sua formazione di autodidatta, riduce la sua attrezzatura a quell’essenziale che è anche quanto gli occorre – non a caso ha intitolato uno dei suoi lavori Niente più del necessario – preferendo rivolgere tutta l’attenzione alla camera oscura. Perché è in quel particolare luogo dove il tempo e lo spazio restano sospesi che ogni immagine latente diventa realtà, ogni intento si invera, ogni idea prende forma. Una predilezione, questa, figlia di un perfezionismo disciplinato ma mai troppo esibito e di un rapporto con le opere dei grandi fotografi del passato studiate per imparare a comprenderle nel profondo, non a copiarle. È una lezione che si ritrova in tutta evidenza in Persone e cose, un lavoro realizzato in diverse città europee dove non c’è spazio per il fascino di Parigi, la monumentalità di Madrid, le atmosfere di Budapest, la vitalità di Amsterdam perché tutte sono trasformate in un unico, indifferente palcoscenico della quotidianità. Un uomo dorme su una sedia, una ragazza emerge dall’erba in cui è sdraiata e il suo sguardo sognante fissa un lontano orizzonte che possiamo solo immaginare: ci si avventura con curiosità in questo percorso visivo e subito si percepisce il suo avanzare in un andamento silenzioso. Ci sono fotografie che possiedono un ritmo e, spesso, una loro musicalità, qui invece ogni immagine sembra escluderla. Paolo Novelli cerca i suoi soggetti per mettere in luce i tanti aspetti dell’incomunicabilità ma non utilizza uno schema rigido preferendo non inseguire la realtà ma aspettare che sia questa a pararglisi incontro. Pur affrontando questo tema, infatti, non lo vive in prima persona preferendo semmai conferire un grande valore ai momenti di una solitudine meditativa. La scelta definitiva delle immagini, della loro sequenza e tutto l’insieme di ogni progetto saranno, infatti, oggetto di una ulteriore riflessione che svolge sempre a posteriori. C’è un’attenta regia, per esempio, nella scelta di cambiare improvvisamente prospettiva per osservare dall’alto una piccola figura femminile che si trova al centro di un intreccio di linee che attraversano lo spazio in diagonale: sembrano alludere alle tante possibilità di dialogo ma vicino alla donna c’è solo un pilone. Qui compaiono alcuni elementi che si ritrovano in altre fotografie di questa ricerca: la presenza delle linee geometriche e il tema del doppio. Le prime conferiscono una grande forza espressiva alle immagini ma allo stesso tempo imprigionano i soggetti nella loro solitudine mentre la costante presenza di coppie è un segnale volutamente ambiguo. Due sono gli ombrelli che si aprono vicini ma oscurano la vista, due gli uomini che guardano verso il basso e quelli che lavorano sospesi in alto ma tutti sono circondati dal vuoto. Anche la coppia ripresa di spalle resta indefinibile perché l’abbraccio dell’uomo è di affetto o si consolazione, la postura della donna la fa immaginare sorridente o piangente? Persino una ripresa apparentemente innocente come quella della donna che fotografa un amico si rivela ben più complessa: l’uomo si mette in posa davanti a un obiettivo senza neppure immaginarlo di farlo in modo ancor più naturale per quello che lo inquadra da dietro. A tutto questo Paolo Novelli aggiunge l’importante elemento del riflesso che sdoppia la figura dell’uomo come volesse ricordarci che siamo molto più di quanto appariamo. È sulla centralità dei particolari che il fotografo gioca le sue carte migliori: si concentra su una porta da cui emerge misterioso solo un braccio, si sofferma sulla grazia con cui una ragazza ripresa di spalle regge una sigaretta, accosta allo sguardo fintamente espressivo di una statua quello sfuggente di una donna che, borsetta stretta al corpo, mangia da un piatto di plastica. Già, le statue. Sono le uniche ad essere riprese frontalmente, le uniche ad offrirsi all’obiettivo del fotografo perché gli umani – il poliziotto col casco e il ragazzino che gli sta vicino, i visitatori di Lourdes – guardano tutti da un’altra parte. Ci sarebbe quella bella ragazza seduta a un caffè ma è il controluce stavolta a nasconderci la sua espressione. D’altra parte, Persone e cose è l’unica ricerca in cui la figura umana assurge al ruolo di protagonista che in altri è affidato a porte, finestre, lampioni, monumenti, interni di tunnel, paesaggi nebbiosi. In questo, come peraltro in tutti i lavori di Paolo Novelli, si sente qua e là l’eco di riferimenti culturali accuratamente filtrati, di un Henri Cartier-Bresson depurato della sua sauvette, di un Robert Franck privato del suo scoramento, di un Brassaï meno notturno, di un Michelangelo Antonioni meno sospettoso. In realtà – ricordate? imparare a non copiare – Paolo Novelli ribadisce la sua autonomia stilistica nata tenendo conto del passato ma guardando fisso al presente. Perché alla fine, è lui stesso a dichiararlo, il fine ultimo del suo lavoro è la ricerca di un cielo stellato.
Roberto Mutti
Fotografa dal 1997 attenendosi alla ripresa analogica in b/n. Nel 1999, dopo essere stato selezionato per uno stage da Fabrica (Agenzia di Comunicazione Benetton) diretta da Oliviero
Toscani, decide di iniziare un’autonoma ricerca legata al tema dell’incomunicabilità. Porte, tunnel, nebbie, finestre, morte, persone riprese di spalle, caratterizzano i cicli di immagini pubblicati a oggi in nove monografie, con testi tra gli altri di: Arturo Carlo Quintavalle, Walter Guadagnini, Lanfranco Colombo, Giovanna Calvenzi, Olivo Barbieri.
Numerose le mostre personali in spazi pubblici e privati, tra cui: CAMERA Torino Centro Italiano per la Fotografia (2024), Milano, TRIENNALE (2019), Genova, Palazzo Grillo (2019) – Amsterdam, Istituto Italiano di Cultura (2015) – Brescia, Galleria Massimo Minini (2011/2016/2022) – Torino, PHOS Centro per la Fotografia (2017) – Bologna, Palazzo d’Accursio (2006) – Cremona, Palazzo Comunale (2005); nonché le collettive, tra cui: “LoSguardo Radicale: Passione e Rigore nella Fotografia di Ricerca Italiana”, Palazzo Comunale di Seriate-Bergamo (2023), “Flashback, Fotografia Italiana di Sperimentazione 1960-2016,” Palazzo Ducale di Genova (2016) – Massimo Minini – Quarantanni 1973-2013, Triennale Milano (2013- 2014) – “Mille, scatti per una storia d’Italia a Palazzo del Governatore di Parma (2012), “3° Festival di Fotografia di Sestri Levante”, Palazzo Comunale (2009); Dal 2009 partecipa ad eventi internazionali di Arte Contemporanea, tra cui: ARTBASEL (2024), AIPAD Photography Show NewYork (2017), FLASH ART Event a Milano (2013), FOTOFEVER Paris (2013-2014), KIAF di Seoul (2009). Suoi lavori sono stati pubblicati in riviste italiane ed estere, tra cui: ARTFORUM (2016), The Sun Magazine (2015), Zoom (2012), Fool Magazine (2011), AD Architectural Digest (2017).
Nel 2017 è nominato Socio ad Honorem dall’A.F.I.P. (Ass. Fotografi Italiani Professionisti), presieduta da Giovanni Gastel, in occasione della sua Lectio Magistralis in Triennal