Henri Cartier-Bresson. Le Grand Jeu

Finalmente aperta dopo lo stop imposto dall’emergenza sanitaria, la grande mostra dedicata da Palazzo Grassi a uno dei fotografi più celebrati al mondo offre cinque punti di vista inediti sulla poetica di Cartier-Bresson. Grazie a un taglio curatoriale che strizza l’occhio al Surrealismo e al gioco del cadavre exquis.

A Venezia Cartier-Bresson si fa in cinque

dal 11/07/2020 al 10/01/2021

 

Equilibrio. È questa la sensazione che sfiora lo sguardo quando si posa su una delle fotografie di Henri Cartier-Bresson (Chanteloup, 1908 ‒ Montjustin, 2004). Equilibrio compositivo, formale, di stati d’animo. Reporter per eccellenza, tra i fondatori dell’Agenzia Magnum, trovò nell’obiettivo una lente attraverso cui osservare il mondo e restituirne uno spaccato in bianco e nero fatto di linee e geometrie, esito di osservazioni pazienti e di guizzi visivi degni di un talento innato. I suoi soggetti – figure umane spesso immerse in scorci urbani e paesaggi che non riescono mai a imporsi su volti e gesti – parlano la lingua di un qui e ora capace di adattarsi all’epoca e al presente di chi li osserva, innescando un continuum temporale ed emotivo stupefacente. Proprio in questo solco di continuità si inscrive la mostra allestita fra le sale di Palazzo Grassi e curata da un team di eccezione, coordinato da Matthieu Humery.
Le Grand Jeu mette in fila – al pari della fotografia per Cartier-Bresson rispetto a testa, occhio e cuore – cinque punti di vista sulla sua storia e su un corpus di scatti enigmatico quanto affascinante, la Master Collection “assemblata” dallo stesso Cartier-Bresson nel 1973, su richiesta degli amici e mecenati John e Dominique de Menil, che lo invitarono a scegliere le sue immagini migliori. Cartier-Bresson ne selezionò 385, senza mai chiarire i criteri alla base della sua decisione. A oggi sono sei gli esemplari esistenti della preziosa Master Collection e uno di questi fu acquistato da François Pinault, dando il via al “gioco” che innerva la mostra. Lo stesso Pinault – insieme alla fotografa Annie Leibovitz, allo scrittore Javier Cercas, al regista Wim Wenders e a Sylvie Aubenas, conservatrice della Bibliothèque National de France – ente co-organizzatore della mostra e detentore di uno degli esemplari della Master Collection ‒ è stato chiamato a scegliere una cinquantina di scatti fra quelli voluti da Cartier-Bresson, senza conoscere le preferenze degli altri curatori e stabilendo in piena autonomia l’allestimento finale delle opere.
La logica del gioco e della soggettività evocata dal titolo – jeu in francese allude tanto all’approccio ludico quanto al dominio del sé racchiuso nella parola je – scolpisce una narrazione espositiva fatta di individui – prima che curatori – variamente legati a Cartier-Bresson e artefici di scelte dal sapore sentimentale, capaci di accentuare quegli slanci emotivi imbrigliati dal fotografo nelle trame di composizioni equilibrate.

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Works by Henri Cartier-Bresson. © Fondation Henri Cartier-Bresson / Magnum Photos. Installation view “Henri Cartier-Bresson. Le Grand Jeu” at Palazzo Grassi, 2020. © Palazzo Grassi, photography Marco Cappelleti
 

IL PUNTO DI VISTA DEI CURATORI SU CARTIER-BRESSON

François Pinault guarda alla strada e alla quotidianità come scenario nel quale calare la propria selezione, summa e conseguenza di un fare da collezionista che affonda le radici in una nostalgia del tutto umana, costellata di ricordi e associazioni inaspettate. Alludendo alla Master Collection, Pinault scrive, nel testo presente in catalogo: “All’interno di una tale moltitudine, posso scegliere le fotografie con le quali ho creato un rapporto più intimo, uno scambio singolare che mi colpisce particolarmente. Così, è con una specie di gioiosa nostalgia che amo ritrovare quel mondo di un tempo […] Quelle istantanee ci aiutano a comprendere la fragilità della nostra esistenza e il valore di certi furtivi ricordi che si intrecciano con il presente”. Ricordi e sprazzi emotivi nella cui traccia si inscrivono anche le scelte messe in atto da Annie Leibovitz, che nel 1976, al suo debutto come fotografa per la rivista Rolling Stone, incontrò Cartier-Bresson, “rubandogli” una serie di ritratti mai pubblicati, perché avrebbe significato, come lui stesso le spiegò, renderlo riconoscibile alla moltitudine e dunque impedirgli di continuare a immortalare la strada. Attorno a quel ricordo, fondante per la carriera della Leibovitz, si struttura un display ondivago, fatto di omaggi – a Stieglitz, Brodovič, Stravinskij, eternati da Cartier-Bresson entrando “nelle loro vite senza imporsi” – e preferenze dichiaratamente soggettive: “Ho lavorato alla mia selezione e ho messo le foto in un raccoglitore, senza smettere di interrogarmi sulla scelta di Cartier-Bresson. E ho deciso di seguire una mia personale classificazione, dato che la sua sembrava del tutto arbitraria” ‒, così lontano da quello, minimale, di Pinault, eppure egualmente empatico.
Per lo scrittore Javier Cercas la poetica di Cartier-Bresson non era un terreno familiare – “Avevo già visto numerose fotografie di Cartier-Bresson, spesso senza sapere che fossero sue: la mia ignoranza sul loro autore era quasi assoluta e la mia selezione non obbedisce affatto a criteri estetici, storici o biografici, ma al puro impatto che quelle immagini hanno avuto su di me, alla loro semplice potenza visiva o alla loro capacità di parlarmi” ‒, ma è diventata uno spazio di vicinanza e corrispondenze, basti pensare al comune sfondo di indagine sulla Guerra civile spagnola, e un ambito da cui trarre anche spunti cinematografici, con i filmati dello stesso Cartier-Bresson presentati nel medesimo formato degli scatti all’interno di un allestimento da storytelling letterario.

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Henri Cartier-Bresson Livourne, Italie, 1933, épreuve gélatino-argentique de 1973 © Fondation Henri Cartier-Bresson / Magnum Photos

LE SCELTE DI WIM WENDERS E SYLVIE AUBENAS

Cinema e narrazione emergono anche dalle scelte di Wim Wenders, disposte e illuminate alla guisa dei fotogrammi che compongono una pellicola e incentrate sullo sguardo e sul punto di vista, ancora una volta soggettivo e giocoforza parziale, del cineasta: “Cercare di decifrare Henri Cartier-Bresson era semplicemente impossibile senza accettare la mia soggettività. Eppure ‘dietro’ la mia simpatia, l’affetto, la mia risposta alle sue opere, dovevo trovare una sovrapposizione per riconoscerlo, una comprensione dell’uomo”.
Opportunità concessa a Wenders durante l’unico incontro con il fotografo, che lo riportò in albergo a bordo della sua utilitaria, ma andata persa. Ancora oggi il regista si domanda: “Perché mai non gli ho chiesto niente?!”. L’emotività, il vissuto personale vincono di nuovo, ritmando scelte visive che rispecchiano estetiche e attitudini, umane e professionali, di ciascun curatore.
Sylvie Aubenas non si sottrae al proprio ruolo di conservatrice e di storica della fotografia, anzi, lo trasforma in bussola per orientare decisioni visibili nella parte finale della mostra. Le uniche pareti colorate dell’intera rassegna accolgono immagini che parlano di gioco – d’azzardo –, di riflessi e di un doppio che racchiude il sé e l’altro da sé, lasciando però scorgere, sotto la copertina della biografia, un corpus di pagine scritte dal je. “Nessun rischio di sbagliare” – afferma la Aubenas – “anzi un’occasione per azzardarmi a condividere il mio Cartier-Bresson”.
Una mappa sentimentale, quindi, suddivisa in capitoli e paragrafi dai caratteri diversi e, a tratti, dissonanti, come avveniva per i rimpalli surrealisti di un gioco chiamato cadavre exquis, ma uniformata a una scala comune, quella dell’emotività.

Arianna Testino

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